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Sacco e dintorni
Casolari rurali del XVI-XVII secolo
Amici cari,
in qualità di cittadino del piano e di monte, spero di essere bene accetto nel far conoscere ad ogni fuoco del comune di Cosio, ma anche ai paesi confinanti, Morbegno, Bema e Rasura, gli scritti riportati in questo opuscolo, che racconta l'importante stoia di sacco Inferiore, che illustra il luogo e le vicissitudini della gente che vi ha abitato fino dalla vetusta antichità.
Nulla tolgo agli amici di Sacco Superiore e a tutte le altre frazioni del comune, che sono altrettanto ricche di personaggi e storia non meno importanti.
Parlare di Sacco Inferiore lo ritengo legittimo, perchè qui ho vissuto la mia età giovanile iniziata in una casata contadina della contrada, dove al tempo poco era dedicato allo studio. La nostra lingua era il dialetto arcaico di paese e la sopravvivenza era rivolta solamente alla terra. I nostri beni di famiglia erano commisurati alla necessità, dirlo a tanti anni di distanza si potrebbe dire copiosi: disponevamo di casa e terreni in pianura, casa paterna a Sacco, stalle e ancora terreni in montagna. Avevamo il campo per seminare il granoturco, quello del frumento, delle patate, dell'orzo e segale, la vigna e i boschi per la legna. Quel lavoro di contadino fu mer me conoscenza e insegnamento. Oggi orgoglio e fierezza per averlo conosciuto. Nel periodo della mia gioventù, la voglia del nuovo era richiamata dai grandi cambiamenti che si rilevavano all'orizzonte e come tanti altri ho abbandonato la terra, seguendo strade che sembravano più lucenti.
Ma col passare degli anni i ricordi si ripresentano, nasce la voglia del ritorno, forse per farmi perdonare dal lungo tempo passato lontano, si riviene nella terra di Valtellina da tanto tempo abbandonata.
Il rientro diventa approdo in un isola di ricordi, di odori, rumori e gente che fa ritornare alla memoria l'etica paesana e famigliare, si rivive i flashback della prima gioventù, le feste religiose del paese, le memorie dei valligiani ancora presenti. Ma anche i disagi che si scoprono nel territorio, distri ambientali e l'eticità perduta di quel tempo.
Nasce così il mio sogno bucolico, ricorrendo impulsi ed avventure con il restauro del Molino del Dosso, la creazione del Museovanseraf la ricerca di antichi strumenti, corsa frenetica per la conservazione delle specie di sementi e piante che si vanno a dimenticare.
Di reale nella stagione 2005 oltre alla visita libera del mseo e molino, ai visitatori che amano conoscere gli usi e mestieri della vita arcaica contadina, estendo le visite all'esterno per andare ad osservare antichi casolari rurali ancora miracolosamente intatti nella vecchia contrada di Sacco Inferiore.
Con modestia mi rivolgo al sapere, scrivendo semplici libri e opuscoli informativi come questo, che ricordano gli usi e le tradizioni di quel passato che in gioventù ho avuto la fortuan di conoscere, vivendo a contatto con quegli uomini.
Il mio sogno è prigioniero di questo cimento e auspica un riscatto di questo tratto di paese per non essere definitivamente dimenticato. Rivolgo a tutti voi un invito appassionato a visitarlo, per riscoprire la storia delle nostre origini. Ho provato a scrivere la mia storia, conoscerla e auguro sia d'interesse per tutti voi, come la passione che metto nel realizzare questo sogno. Affermo senza incerti che lo stimolo a scriverla è sopraggiunto con il restauto del Molino del Dosso e vivendo a contatto con tutti voi.
Serafino Vaninetti
La storia
Il 2 gennaio il 13 e 31 marzo del 1458 Sacco Inferiore e Morbegno, s'incontrano per definire il contratto d'unione che vi era fra le due comunità.
Arbitri di tale querelle furono: per Morbegno Pietro De Gabellari prete della Chiesa di San Martino di Morbegno, per Sacco Giacomo Bonomo De Filipponi detto il "Malagugino" e Martino Bonini, procuratore di Sacco Inferiore.
Per Cosio il frate domenicano Lucca Da Lecco e Giacomo Francesco cappellano della chiesa di San Giovanni. Erano presenti il marchesino e Giovanni della famiglia Filipponi a causa delle primizie che gli abitanti di Sacco Inferiore davano alla chiesa di San Martino di Morbegno e al suo parroco. L'atti liberatorio si fissa per il 13 marzo e il 31 dello stesso mese per definire l'arbitrato, che stabiliva l'obbligo per gli uomini di Sacco Inferiore di versare a Morbegno le primizie in arretrato non acora consegnate dal 1456. Le primizie consistevano in granaglie di frumento, segale, castagne secche e panìco (miglio). Mezzo quartraro per il 1456 e un quartaro per il 1457 per ogni fuoco ivi esistente.
Per otto anni da pagare al parroco di Morbegno, dieci quartari di segale e Lire 200 terzaioli che serviranno per comprare beni, come campi e prati che equipareranno l'equivalente dei dieci quartari di segale. Dopo di che gli abitanti di Sacco Inferiore, saranno liberi. Guidossio Castellari di Argegno fu il notaio.
Da scritti storici raccolti da "Le Vie del Bene" di Rinaldo Rapella che co fa scoprire le vicende di Sacco Inferiore di quel tempo. Esso segnala che l'antico confine fra Cosio e Morbegno era il torrente Bitto, per tutta la lunghezza, dalla foce del Rio fiume nel bitto, fino all'Adda.
Fra le due comunità, in quel tempo non scorreva buon sangue, Cosio ampia nel territorio e potente per la presenza delle famiglie feudatarie dei Vicedomini, dominavano dal loro castello inattaccabile di cosio comandando tutta la bassa Valtellina.
Succedeva che la comunità di Cosio arrivava perfino ad impedire il passaggio della via per il lago ai morbegnese, razziando i viandanti delle robe e anche uccidendoli.
Sacco Inferiore invece era incorporato alla chiesa di San Martino di Morbegno e confinava col territorio per tutta la sua lunghezza.
Con l'atto di separazione del 1458 gli animi della gente di sacco di Sotto erano particolarmente accesi e amareggiati per le promesse mai concesse dalle autorità ecclesiastiche, del titolo di parrocchia di Sacco Inferiore.
La sponda sinistra del Bitto, scrive Rinaldo Rapella era solo campagna non abitata e la gente soprattutto di Sacco Inferiore vi si stabiiva costruendo nuove abitazioni.
Lo attesta che Giovanni Guler nella sua opera Retia, accenna Morbegno "come cittadina che sorgeva sulla sponda destra del fiume e aveva in basso un sobborgo, cinto parimenti di fossato e mura chiamato Borgosalvo". Sulla riva sinistra del Bitto venne pure sorgendo un altro sobborgo molto signorile che si chiamava "Nuova Murantola" e questo venne unito alla città mediante un ponte nella posizione identica dove sorge ora.
Fra le famiglie scese da sacco sulla sponda sinistra del Bitto, quando era territorio di Cosio, ci fu quella potente dei Malaguzzini e Malaguccini. Famiglia originaria di Averara Val Brembana che si chiamava allora Bonino arrivava a Sacco l'anno 1324. Un loro discendente Martino nel 1416 veniva chiamato Mlalaguzzo e i figli del quale erano detti Malaguzzini. Tale nome dato loro è presto inteso, non solo di nome ma anche di fatto.
Nel 1466 un Malaguzzino otteneva da Bianca e Galeazzo Maria Sforza un diploma di "generosa nobiltà" a riconoscimento delle sue benemerenze verso i Duchi di Milano.
La discesa da Sacco ddi Malaguzzini sulla sponda sinistra del Bitto pare risalga al 1466. A questo proposito F.S. Quadrio nelle sue dissertazioni critico-storiche intorno alla Valtellina dice: La famiglia Malaguzzini era veramente naturale di sacco la cui comunità una volta si estendeva sino alla metà del ponte del Bitto che passa per Morbegno avendo essa di là detto ponte l'abitazione sua che oggi 1755 si chiama palazzo perciò ognora di Sacco considerata.
Lo spostamento a sera , al di là del Bitto dei confini fra Morbegno e Cosio, pare sia stato fatto nel 1530, in quanto gli abitanti oltre il Bitto partecipavano da tempo alla vita civile e religiosa di Morbegno. Fra queste notizie di Rinaldo Rapella nelle "Vie del Bene" racconta anche un fattaccio che ben illustra con particolari, gli screzi fra Sacco e Morbegno capitato nell'Aprile dell'anno 1533.
Di la del bitto attorinato dai suoi amici e sostenitori in gran parte oriundi di Sacco, abitava il canonico Giacomo Malaguzzini discendente dell'illustre famiglia. Questo canonico non tanto ben visto, perchè gretto, attaccato al denaro, pieno di ambizioni e voglioso di comandare. Sorretto dai suoi ammici e sostenitori, si era messo in mente di diventare lui il nuovo parrocco di Morbegno, sebbene la maggioranza della popolazione fosse contraria.
Dopo vari tentativi andati a vuoto, per essere eletto, con testardo ripicco rendeva impossibile la presa di possesso dei parroci scelti dal popolo, fin tanto che si insediava lui di prepotenza.
Malgrado l'intevento diretto del Papa Giulio III che con particolare breve del 27 ottobre 1552, lo rimuoveva dal posto abusivamente occupato, di nuovo il canonico non desisteva dalla voglia di diventare reggente della parrocchia di Morbegno, per cui continuava a lottare fino all'anno 1558, quando si ritirava dalla lotta, avendo finalemente capito che il popolo di Morbegno non voleva lui come pastore.
Proprio in quel periodo a Sacco Inferiore (Sacco di Sotto) moriva un certo Leone figlio del fu Vincenzo de Malerio abitane ancora a Sacco di Sotto, grande amico e sostenitore del canonico Giacomo Malaguzzini.
Parenti e a amici di questo defunit, accamparono l'antico diritto di sepoltura nel cimitero di San Martino a Morbegno, diritto d'uso conservato anche dopo il distacco dalla chiesa di San Martino. I fautori di sacco e naturalmente il canonico, decidevano di seppellirlo in quel camposanto. I morbegnesi del tempo si opponevano, forse per far dispetto al canonico, ma questo prendeva di petto la situazione e accompagnato da uno stuolo di abitanti di Sacco, cercava di eseguire la sepoltura con prepotenza. Alcuni avversari del canonico davano l'allarme e subito una folla numerosa e tumultuosa si precipitava la cimitero, per impedire il seppellimento.
Prima sol oa parole, poi d'ambo le parti si metteva mano a grosse pietre che si scagliavano addosso da una parte all'altra, con ira furibonda.
Nella mischia rimanevano feriti più o meno gravemente tre di Sacco: Ser Giacomino Tapparino, Giovanni Bezzolo e Ser Giovanni detto Giovannone, tutti gli altri di Sacco con il Canonico in forte inferiorità numerica, fuggivano con il morto e si rifugiavano nuovamente a Sacco per sepperlirlo lassù.
Il fattaccio finiva davanti al pretore di Morbegno Giovanni Nott. il quale venne subito a trovarsi in codizioni di non saper cosa fare. Non voleva dar ragione al Canonico Malaguzzini per il suo comportamento, che da tempo faceva tribolare e dall'altro lato della querelle, i provibiri di morbegno facevano pressione che tutto fosse messo a tacere.
Sta di fatto che svaniti i clamori del fattaccio il pretore Nott con un"atto liberatorio" redatto il 14 aprile 1553 dal notaio Schenardo, dopo aver nominato i fatti senza nominare i turbolenti di Morbegno, annullava la notificazione del processo, si libera, si assolve e si grazia alcune persone di Morbegno accusate di aver ostacolato la sepoltura di Leone figlio del fu Vincenzo de Malerio, da parte del sacerdote Malaguzzini aiutato da alcune persone di Sacco.